Aspettando il Natale

Il Natale è per tutti un momento magico. A partire dalla fine della stagione estiva iniziamo a contare i giorni che mancano a questa festa. I bambini la aspettano con trepidazione, i negozi brillano di luci e palline colorate. Le piazze delle città sfoggiano il loro albero di Natale più bello.

Quest’anno sarà un Natale (forse) diverso, ma la magia che si avverte nell’aria rimane la stessa.

Doniamo un pensiero a chi vogliamo bene.

A chi è adatta questa dedica?
A tutti. Il mondo intero si merita un pò di luce dopo tanti mesi di buio.

Il rosso è il colore del Natale per eccellenza.
È un colore caldo, accogliente, di chi si riaffaccia alla luce e alla vita dopo un periodo di buio. È anche il colore associato alle radici, quindi alle origini, la famiglia, la casa, la tradizione. Nulla è lasciato al caso.

Il giardino delle vespe

Un rifugio causa di gioia e di dolore

Nelle giornate devastate dalla guerra civile, in Siria vivono tre bambini molto amici tra loro: Khaled, Joussef e Ameena. Joussef, insieme al fratello minore Khaled, trovano un giardino abbandonato e decidono di trasformarlo nel loro rifugio. Un riparo dai bombardamenti di quella guerra che stava dilaniando il Paese.

Ma, prima di appropriarsi di quel rifugio, c’era un nemico da distruggere: un nido di vespe che aveva fatto della piccola Ameena la sua prima vittima.
Khaled convince il fratello a tornare in quel posto il giorno successivo all’alba, per sorprendere il nemico nel sonno. Il suo obiettivo era bruciare il nido di vespe senza essere attaccati, così come era già successo ad Ameena.

Il nemico nascosto

Il nido di vespe non era l’unico nemico contro cui combattere.
Il mattino seguente all’alba, come stabilito, Khaled e Joussef si recano al giardino che ben presto sarebbe diventato il loro rifugio segreto. Ameena non era stata invitata a compiere questa impresa. In quanto femmina, sarebbe stato molto pericoloso per lei.
bambina

La lotta contro i pregiudizi

Ameena, che in un primo momento aveva accettato di rimanere a casa, nell’attesa che gli amici distruggessero il nido di vespe, aveva trascorso tutta la notte a riflettere. Il mattino seguente decise che no, lei non poteva starsene a casa ad aspettare, solo perché era una femmina. Si vestì di tutta fretta per raggiungere gli amici al giardino delle vespe.

Una mina antiuomo, rimasta inesplosa fino ad allora, scoppiò proprio nel momento in cui Ameena stava passando di là.

L’inizio della storia

E qui che inizia la vera trama del romanzo, dove Ameena diventa la protagonista di un lungo viaggio. Dopo aver perso una gamba a causa di una mina antiuomo rimasta inesplosa, la bambina insieme ai suoi genitori migrano in Italia. Ameena non riuscirà mai a integrarsi nel nuovo Paese. Decide così di tornare in Siria, ma il tragitto sarà lungo e ricco di incontri. Uno in particolare, quello con la giovane gitana Kasja e la sua famiglia di circensi, cambierà per sempre i destini dei protagonisti.

Una storia di guerra, coraggio, determinazione ed empatia

L’empatia è il tema intrinseco del romanzo. L’autrice, con questa storia, ha voluto sottolineare che l’unica via che abbiamo per provare a migliorare noi stessi e la società in cui viviamo è l’empatia, il sentimento che ci porta a cercare di comprendere gli altri. Il giardino delle vespe è un invito ad accettare gli altri, anche se appartengono a religioni, culture o addirittura a specie diverse e anche se hanno stili di vita opposti ai nostri perché solo con la comprensione si può costruire qualcosa, superando i pregiudizi.

uguaglianza uomo donna

E poi il coraggio, rappresentato dalla figura di Ameena che, con i suoi 6 anni, è già decisa e determinata a far valere anche il suo punto di vista.

La solidarietà, impersonata dalla vecchia signora che supera la fatica degli anni per soccorrere la bambina rimasta vittima della mina antiuomo; e dalla mamma di Khaled e Joussef che si prende cura della piccola Ameena come fosse sua figlia, quando i genitori sono via per lavoro.

Non da ultimo, il tema dell’immigrazione, sempre attuale.

Angela Ticca è una scrittrice emergente che con la sua sensibilità è riuscita a trattare temi importanti in un romanzo che, già dal primo capitolo, mi ha rapita.
Non vedo l’ora di leggere l’intero libro appena sarà pubblicato.


Buona giornata della gentilezza

Il 13 novembre ricorre la Giornata mondiale della gentilezza. Quale giorno migliore di questo per regalare un sorriso, una parola gentile o per essere grati? Nonostante le difficoltà che la vita ci pone davanti ogni giorno, svegliarsi al mattino con ottimismo e ringraziare per la propria vita e il proprio stato di salute (non scontato – specie nel bel mezzo di una pandemia come quella che stiamo affrontando -) ha effetti positivi su di noi e sulle persone che ci stanno intorno.

Anche la scienza negli ultimi anni ha confermato che il benessere dell’uomo non dipende solo dalla genetica ma anche dal vivere una vita gentile.

E allora, almeno per oggi, mettiamo da parte impegni, pensieri, frenesia e insoddisfazione. Almeno per oggi, lasciamo spazio a ottimismo, gratitudine, sorrisi e perdono. Lasciamo posto alla gentilezza.

A chi è adatta questa dedica?
A chi ti è sempre vicino. A chi spende sempre una parola gentile per tutti. A chi ancora dice “per favore” e “grazie”.

Il rosa, nella psicologia dei colori, rappresenta il simbolo dell’amore e della gentilezza. È il colore tipico delle bambine, della purezza d’animo, di chi si affaccia alla vita con ingenuità.

Single e Shopping: il connubio perfetto

Ogni anno, il 14 febbraio, si festeggia San Valentino, la festa degli innamorati. Si tratta probabilmente di una delle giornate più odiate da chi è single, che si trova a dover assistere alle smancerie delle coppiette. Chi si ritrova senza la dolce metà in quella giornata, dà libero sfogo a tutti i cliché che conosce e che ruotano attorno a questa occasione: San Valentino è la festa di ogni cretino che crede di essere amato e poi rimane fregato; è solo una trovata commerciale per vendere peluche, rose e cioccolatini. Va avanti così fino a fine giornata, per poi festeggiare il giorno successivo, in occasione di San Faustino: la giornata dei single.

Da adolescente single, uscita da scuola prima del previsto – l’unico giorno in cui avrei tanto voluto uscire il più tardi possibile – passeggiavo con le amiche nella piazza del paese. Puntualmente, finivo per entrare nel primo negozio specializzato a farmi un piercing all’orecchio. Ogni anno, uno nuovo. Per fortuna, con l’avanzare degli anni e un po’ di sale in zucca in più, ho smesso di farlo.
A quest’ora mi ritroverei ricoperta di piercing dalla testa ai piedi!

Quindi, un nesso tra l’essere single e fare shopping esiste. Ed è più forte di quanto si possa pensare.

Black Friday, Cyber Monday e Single’s Day

Gli amanti dello shopping o, come si dice in gergo shopaholic, hanno un appuntamento fisso con i saldi. Si tratta di persone pronte ad approfittare delle migliori occasioni che non perdono tempo a organizzare il piano compere a inizio anno.

Tra gli appuntamenti fissi, oltre ai saldi stagionali, il Black Friday sancisce ufficialmente l’inizio degli acquisti pre-natalizi. “Venerdì nero” è il nome utilizzato dagli Americani per indicare il venerdì successivo al giorno del Ringraziamento. Si tratta di una giornata di offerte e promozioni, che ogni anno vede radunarsi file di persone fuori alla porta dei negozi, prima ancora dell’orario di apertura.

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Certo, quest’anno è un po’ diverso dagli altri anni. Ma il web viene in soccorso di chi non può rinunciare alle occasioni offerte dal mercato. Da qualche anno il Cyber Monday, che in America corrisponde al lunedì dopo la festa del Ringraziamento, è diventato anche in Italia una giornata di super sconti dedicata agli articoli elettronici e alla tecnologia che ben si sposa con il pubblico avvezzo agli acquisti online.

Vi starete chiedendo cosa hanno in comune queste occasioni di acquisto con i single.
Ebbene, prima del 30 novembre, giornata del Black Friday e del 2 dicembre, giorno in cui si celebra il Cyber Monday, l’11 novembre si festeggia il Single’s Day.

Single’s Day: il Cyber Monday della Cina

Quello che per gli Americani è il giorno delle vendite online da record – il Cyber Monday – in Cina è il Single’s Day o Guanggun Jie.
Secondo il quotidiano Il Sole 24 Ore, nel 2019, la multinazionale Alibaba ha dichiarato che ci sono voluti solo 96 secondi per raggiungere i primi 10 miliari di yuan di vendite online, corrispondenti a 1,43 miliardi di dollari.

11.11: la data dei cuori solitari e felici

Il Single’s Day in Cina non è solo la giornata di shopping online da record. Nata originariamente come “Festa di non San Valentino”, il Single’s Day fu istituito nel 1993 da un gruppo di studenti dell’Università di Nanchino intenzionate a creare una festa per le persone sole, in contrapposizione – appunto – a San Valentino.
Ben presto, in Cina, questa giornata è diventata motivo di grandi festeggiamenti. In tutto il Paese si organizzano feste, eventi, karaoke in compagnia, rigorosamente vietati alle coppie.

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La scelta della data, 11 novembre, non è stata lasciata al caso. Composta solo da numeri 1 (11.11) a rappresentare il singolo. Ecco spiegato il connubio tra single e shopping.

Il Singles’ Day in Europa

Come per il Black Friday e il Cyber Monday, anche il Singles’ Day ha preso piede in Europa. Oltre ai siti di e-commerce cinesi, alcuni brand europei hanno adattato la loro strategia di marketing alle esigenze del mercato.
Sephora, multinazionale di profumerie francese e presente anche in Italia con diversi punti vendita, ha lanciato per l’occasione il Singles’ Day Box, una confezione di 11 prodotti (ancora una volta, il numero non è casuale) in formato mini, in vendita a un prezzo speciale.
Sempre Sephora, in Spagna, ha approfittato dell’occasione per parlare alle donne tramite il suo canale Instagram. Con una campagna multi-soggetto, invita tutte le donne a volersi bene, single e non. Il messaggio è: che tu sia single o no, ogni giorno è buono per volersi bene. E se ti vuoi bene, approfitta di questa giornata promozionale per farti un regalo.

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Adesso che sapete cos’è il Singles’ Day, correte ad acquistare quel paio di orecchini, quella borsa o quel profumo che volete da tanto. Oppure approfittatene per iniziare lo shopping natalizio.
Ci sono solo 24 ore di tempo!

Cambio stagione. Come rivoluzionare il proprio armadio

Ci sono due momenti dell’anno (ho tralasciato la primavera e l’autunno) in cui l’unico pensiero costante che tormenta noi donne è il cambio stagione. L’idea di togliere tutti i vestiti dall’armadio e sostituirli con quelli del periodo corrente è un lavoro talmente noioso da farci procrastinare anche fino alla fine della stagione stessa; accontentandoci piuttosto di tirar fuori un solo capo alla volta all’occorrenza.

Io non sono certo esentata da questa incombenza. Ho deciso, quindi, di svelarvi in questo articolo come sono riuscita a trasformare un momento di stress, nell’occasione giusta per rivoluzionare l’armadio.

Vestiti in ordine dentro l'armadio
Abiti appesi dentro l’armadio

Shopping sì, ma solo se intelligente

No, non sto parlando di correre a fare shopping con la solita scusa del “non ho niente da mettere”. Proviamo a fare un passo indietro e a pensare all’ultima volta che ci siamo trovate di fronte al nostro armadio aperto, magari con l’idea di fare il cambio stagione. Vestiti sparsi ovunque, senza un ordine di colore o tessuto. Un mix confuso di indumenti casual, formali, da lavoro, abiti da cerimonia.

Donna che fa shopping
Donna che fa shopping

Ammettilo, la tua reazione è stata chiudere l’armadio, chiamare un’amica e invitarla a fare shopping. E una volta arrivata in negozio? Hai comprato vestiti senza un obiettivo preciso (eh sì, ragazze, anche quando si va a fare compere bisogna essere preparate e con un obiettivo chiaro in testa), spaziando tra colori sgargianti e top scintillanti che, lo sai, finiranno nella lista dei Not for me*

Ed eccoti pronta a prendere parte a una nuova puntata di Shopping Night, il programma di Enzo Miccio e Carla Gozzi dove le ragazze partecipanti si sfidano a colpi di borsetta sfilando in una Rinascente notturna.

Fatti furba: armadio a capsule

Il cambio armadio era un tema caldo già negli anni Settanta. Susie Faux, proprietaria della boutique Wardrobe, ha utilizzato il termine capsule per far riferimento a un armadio con un numero limitato di capi adatti a ogni occasione (o quasi), con l’obiettivo di aiutare le donne a sviluppare una maggiore fiducia verso sé stesse in campo professionale – aggiungerei – , indossando un look professionale e “credibile” (esattamente come fanno gli uomini).

Dressing well is a form of good manners.

[Tom Ford]

La moda capsule è esplosa, poi, negli anni Ottanta, quando la stilista americana Donna Karan ha lanciato la collezione Seven Easy Pieces, basata sull’idea di utilizzare solo 7 capi per indossare ogni giorno un look diverso prima di andare a lavoro.

Ma come si organizza un armadio a capsule?

Abbiamo capito che, anche in questo caso, vale la regola per cui Less is more.
Ci sono diverse teorie per cui un armadio a capsule può essere creato con 30 capi fino a un massimo di 50 o addirittura contenere solo 11 capi.

La regola principale è molto semplice, bisogna avere capi must facilmente combinabili e utilizzabili in diverse occasioni: basta pensare al classico e sempre citato tubino nero che ti risolve ogni problema.

Abbinato a una decolleté nude e accessori diventa un abito da sera. Smorzato con una sneaker bianca e un cinturino in vita diventa un capo casual. Aggiungici una giacca e una scarpa mezzo tacco e sei pronta per andare ad un appunto di lavoro.

Ci sono poi tutte le teorie legate alla body shape e alla stagione di colori a cui ciascuna di noi appartiene – a quanto pare – in base al proprio incarnato, ma su questo lascio la parola alle esperte in materia.

Cambio stagione rapido e indolore: rivisitazione dell’armadio a capsule

Come affrontare, quindi, il cambio stagione in maniera divertente e utile? Io ho adattato la teoria dell’armadio a capsule al mio stile e alle mie esigenze.

Ho diviso l’intero guardaroba in tre occasioni d’uso: ufficio, uscite, eventi. Ho analizzato uno per uno i capi e ho abbinato i pezzi di sopra con i pezzi di sotto, aggiungendo scarpa, borsa e, per me essenziali, gli accessori. Non esco di casa senza orecchini.

Abbinare abiti e accessori
Abbinare abiti e accessori

Mi sono immaginata nella situazione con addosso l’outfit creato, un po’ come quando, da ragazzina, il cambio stagione diventava l’occasione per trasformare la cameretta in un negozio di abbigliamento dove io ero la cliente e mia sorella la commessa e viceversa; mentre il corridoio di casa si trasformava in una passerella di moda, non senza delusione se qualche vestito dell’anno prima non entrava più.

Per concludere, se le sensazioni che provo indossando l’outfit che ho creato sono positive, quei capi si aggiudicano un loro posticino nel mio armadio. In caso contrario, seguiamo il consiglio che la mitica Marie Kondo ci lascia nel suo libro “Il magico potere del riordino“: manteniamo solo le cose che parlano al cuore e scartiamo gli oggetti che non suscitano più gioia. Ringraziamoli per il loro servizio e lasciamoli andare.

Risparmieremo soldi, spazio in casa e tempo. Io vedo solo benefici. E voi siete pronte al vostro cambio stagione?
Fatemi sapere nei commenti se questi consigli vi sono stati utili.

*definizione presa dal workbook sul guardaroba a capsule di Style For Success

Finché il caffè è caldo – Toshikazu Kawaguchi

Sull’amore, la vita e un viaggio nel tempo: un romanzo ambientato in un caffè

Finché il caffè è caldo è un romanzo che racconta dei rapporti umani. Quattro le storie che si intrecciano, tutte con il medesimo filo conduttore, l’amore.
Una sola ambientazione: un caffè color seppia, buio, caratterizzato da travi di colore marrone lucido come le castagne. Tre orologi appesi alla parete, nessuno dei quali indica l’orario corretto. Un posto in cui il tempo sembra fermarsi, dove il giorno è uguale alla notte e dove fa sempre fresco. Anche nelle estati più torride, anche se non c’è il condizionatore.

La storia viene raccontata in chiave moderna (Fumiko, una delle protagoniste principali, rappresenta l’ideale di donna in carriera) per quanto l’immagine del caffè richiami il periodo Edo, il periodo della storia giapponese in cui la nazione chiuse le porte ai contatti con il mondo esterno. Il periodo in cui si gettarono le basi per la struttura sociale orientale moderna, dove ogni persona assume un preciso ruolo sociale e deve adempiere alla sua missione attraverso il lavoro.

Lavoro: gioia e dolore di una coppia di innamorati
Il lavoro è il primo tema, insieme all’amore che sarà presente nel corso di tutto il romanzo. I protagonisti sono Gli innamorati (titolo del 1° capitolo) Fumiko e Gorō.
Businessman

Fumiko Kiyokawa è una donna in carriera, capace di parlare sei lingue diverse. Ai tempi dell’università era la migliore del suo corso e, dopo la laurea, aveva trovato lavoro in una grossa azienda di informatica medica, dove aveva assunto le dirigenze di diversi progetti. Il suo stesso nome significa ‘figlia della bellezza e della ricchezza’.

Di Fumiko si direbbe che è la classica donna in carriera a cui non manca nulla, tranne un marito.
Era la più grande di tre figli. La sorella e il fratello più piccoli erano già sposati e i genitori si aspettavano lo stesso da lei.

Due anni prima era entrato a far parte del suo team di lavoro Gorō Katada, ingegnere dei sistemi, più giovane di lei di tre anni e con un grande sogno: lavorare nell’azienda dello zio, in America.

La storia tra i due era iniziata proprio grazie a un caffè che Fumiko aveva offerto a Gorō come riconoscimento per aver
risolto un grosso bug su un importante progetto al quale stavano lavorando.

Dopo due anni la loro storia d’amore volge al termine, nella stessa caffetteria in cui era iniziata. Gorō aveva finalmente ottenuto il lavoro dei suoi sogni e stava partendo per l’America. Aveva invitato la sua fidanzata a incontrarsi per parlarle di una cosa seria. Fumiko aveva recepito quelle parole come qualcosa di speciale ed era pronta ad accogliere la proposta di matrimonio del fidanzato.

Inutile dire che non accolse con lo stesso entusiasmo la notizia del trasferimento dell’uomo in America.

Tanti personaggi, un unico scopo: sedersi sulla stessa sedia
Sulla caffetteria si narrava una leggenda metropolitana: chi entrava poteva avere la possibilità di viaggiare nel tempo.
E proprio questo era lo scopo dei personaggi introdotti sin dall’inizio della storia, a partire dalla stessa Fumiko. Voleva tornare indietro al giorno in cui Gorō le comunicava che sarebbe partito, per impedirgli di farlo.

Ma a tutti era sfuggito un particolare: qualunque cosa potesse accadere nel passato, il presente non sarebbe cambiato.

Sveglia su un tavolo che scandisce l'ora

Tornare nel passato era possibile, ma bisognava rispettare rigorosamente alcune regole:

  • nel passato si potevano incontrare solo le persone che erano state nel locale;
  • il presente non sarebbe cambiato in ogni caso;
  • una sola sedia permetteva di tornare indietro nel tempo;
  • una volta nel passato, non ci si poteva spostare da quella sedia;
  • c’era un limite di tempo;
  • bisognava bere la tazza di caffè prima che si raffreddasse;
  • bisognava tornare nel presente prima che il caffè fosse diventato freddo.

Il mancato rispetto di una sola di queste condizioni avrebbe avuto gravi conseguenze sul presente.

Una donna, tornata nel passato per incontrare il marito morto, presa dall’emozione del momento, aveva perso la concezione del tempo. Adesso trascorreva le sue giornate nella caffetteria, vestita di bianco, a leggere un romanzo dal titolo “Gli innamorati”.

Era la donna fantasma, che sedeva stabilmente sulla sedia che consentiva di viaggiare nel tempo. Solo nel momento in cui la donna si alzava per andare in bagno era possibile sedersi su quella sedia e intraprendere il proprio viaggio.

Ma la donna andava in bagno una sola volta al giorno, senza differenza tra giorno e notte.
E Fumiko, non era l’unica ad aspettare.

L’amore come filo conduttore del romanzo
La caffetteria era gestita da Nagare Tokita, un omone buono che, galeotto un incidente, aveva incontrato Kei in ospedale. I due si erano innamorati e si erano sposati. Insieme alla coppia, nel locale lavorava Kazu, cugina di Nagare. Kazu era una ragazza insignificante, con pochi amici, il genere di persona che trova i rapporti interpersonali piuttosto noiosi. Questo suo modo di essere la rendeva adatta al ruolo che ricopriva: versare il caffè a chi voleva tornare indietro nel tempo, ricordandogli le regole.
caffè in tazze a forma di cuore

Tutti i giorni, alla caffetteria, insieme alla donna fantasma che occupava un posto fisso nel locale, c’era anche Hirai.
Hirai Yaeko, una ragazza che si era trasferita a Tokyo per fuggire dalla vita di campagna che conduceva insieme ai genitori e alla sorella. Poco più di 30 anni, Hirai vestiva in maniera stravagante, gestiva uno snack bar lì vicino e ogni giorno passava a prendere il caffè prima di iniziare il turno a lavoro.

La sorella di Hirai, Kumi, aveva provato più volte nel corso degli anni a convincerla a tornare a casa e prendere in mano la gestione della locanda di famiglia. Hirai si era sempre rifiutata di incontrare Kumi. Pensava che la sorella volesse farla tornare a casa perché così lei poteva liberarsi della gestione della locanda e inseguire il suo sogno, qualunque esso fosse.

Dopo vari tentativi di mettersi in contatto con la sorella, Kumi lascia una lettera a Kei, chiedendole di consegnarla a Hirai. Questa lettera non verrà mai aperta finché un giorno, di ritorno dall’ennesimo viaggio a Tokyo con la speranza di incontrare la sorella, Kumi rimane vittima di un incidente.

Kei, che non aveva mai gettato la lettera, convince Hirai a leggerla. Dopo averla letta, presa dai sensi di colpa e dalla mancanza della sorella che in cuor suo aveva sempre amato, Hirai decide di sedersi su quella sedia. Fu proprio durante quel ritorno nel passato che Hirai scopre qual era il sogno della sorella: gestire la locanda di famiglia insieme alla sua sorellona.

Altro cliente abituale era Fusagi. Designer di giardini, Fusagi era malato di alzheimer. Ogni giorno sedeva allo stesso sgabello della caffetteria, bevendo un caffè e leggendo una rivista. Anche Fusagi voleva tornare nel passato.

Quando si rese conto di essere malato, scrisse una lettera alla moglie Kōtake. Una lettera in cui le raccontava della malattia e in cui le chiedeva di rimanergli accanto come moglie.
Kōtake era un’infermiera e Fusagi sapeva che se un giorno lui si fosse dimenticato di lei, a causa della malattia, sua moglie non lo avrebbe mai abbondonato. Ma Fusagi non voleva che Kōtake gli rimanesse accanto come infermiera, ma come moglie. Se non si fosse più sentita apprezzata come tale, avrebbe dovuto abbandonarlo.
Kōtake era a conoscenza dell’intenzione del marito di darle questa lettera, ma poiché lui non aveva mai avuto il coraggio di farlo, fu lei a tornare nel passato, al giorno in cui Fusagi aveva deciso di consegnarle la lettera.

Tre storie d’amore, sotto diversi punti di vista, che si intrecciano con una quarta. Quella di Kei, moglie del proprietario del locale, e di sua figlia, che conoscerà viaggiando nel futuro. Un viaggio che si scoprirà possibile solo alla fine del romanzo.

Kei, nata debole di cuore, darà alla luce una bambina, ma le sue precarie condizioni di salute non le garantiscono la sopravvivenza dopo il parto.    

Guardare con il cuore per vedere la verità
Questo, a mio parere, è il vero messaggio di tutto il romanzo, che l’autrice ha voluto far raccontare a Kazu.

Kazu rappresenta lo sguardo esterno della narrazione. È presente in tutte le storie dando un punto di vista obbiettivo perché meno influenzato dall’emotività.

Il messaggio che l’autrice lancia nell’ultimo capitolo attraverso la voce di Kazu è che il presente non cambia, ma cambia l’atteggiamento delle persone perché tornando nel passato scoprono la verità. Si rendono conto di cose che non avevano mai visto perché influenzate dai loro pensieri, dalle convenzioni sociali.

Fumiko e il suo team di lavoro avevano accusato Gōro di essere l’artefice del bug del progetto a cui stavano lavorando. Gōro era l’ultimo arrivato in azienda e quando venne fuori il problema sparì per giorni, per poi tornare informando tutti che aveva lavorato da solo giorno e notte per risolvere il bug, riuscendoci.

La stessa Hirai scopre che il sogno della sorella era solo quello di lavorare insieme a lei e non di volersi liberare della locanda.

Kōtake, prima di sposare Fusagi, pensava che lui non avesse interesse per lei poiché alle sue lunghe lettere si limitava a rispondere con una sola frase. Fusagi, però, non era in grado di scrivere molte parole. Nato da una famiglia povera aveva messo da parte gli studi sin da bambino per dare una mano in famiglia.

Bellissima la frase di Kazu:

“[…] Se vuole, la gente troverà sempre la forza di superare tutte le difficoltà che si presenteranno. Serve solo cuore […]”

E voi, avete già letto questo libro?
Condividete le vostre riflessioni nei commenti.

Sé come Sé stesso: l’eccezione dell’eccezione

La lingua italiana è considerata tra le più complesse da imparare. La sua grammatica comprende: un numero più ampio di articoli rispetto ad altre lingue, diversi tempi verbali, verbi irregolari, plurali che non seguono la classica regola del solo cambio di desinenza.

Mi viene in mente la parola uovo, maschile al singolare, che diventa uova (femminile) quando passa al plurale. Ci sono le espressioni idiomatiche, modi di dire e motti di cui bisogna memorizzare il significato;
le preposizioni, sul cui utilizzo esistono ancora tantissimi dubbi. Se vi chiedessi, per esempio, dove comprare le sigarette, cosa rispondereste? Dal tabacchino? Al tabacchino? Dal tabaccaio? O alla tabaccheria?

E poi, ancora: apostrofi, accenti e chi più ne ha, più ne metta. Oggi voglio parlarvi dell’accento su sé stesso.

Accento acuto e accento grave: come usarli?

Prima di capire come usare l’accento in italiano, va precisato che esistono due tipologie di accento in uso:

  • l’accento grave (dall’alto verso il basso)
  • l’accento acuto (dal basso verso l’alto)

La regola generale prevede che quando una parola termina in a, i, o, u accentate, l’accento da utilizzare è quello grave; quando la parola termina in e e, quest’ultima, richiede l’accento, utilizzeremo il segno acuto.

Richiede sempre l’accento acuto la congiunzione causale ché sui composti perché, affinché, cosicché, giacché, poiché, ecc. Stessa regola vale per i composti di tre (ventitré, trentatré, ecc.) e di re (viceré).

Oltre a queste regole basilari bisogna tener conto della classificazione delle parole. In base alla sillaba sulla quale cade l’accento quando parliamo si distinguono: parole tronche, piane, sdrucciole e bisdrucciole. Personalmente, studiare lo spagnolo e le sue innumerevoli regole di accentazione mi ha aiutata a comprendere meglio l’uso dell’accento in italiano.

Anche il , in quanto pronome personale riflessivo di terza persona richiede l’accento acuto, per non confonderlo con il se, congiunzione con valore ipotetico.       
Ma cosa succede quando il con valore di pronome personale è seguito da stesso?

Il dilemma del sé accentato
A scuola ci hanno sempre insegnato che il con funzione di pronome personale riflessivo perde il suo accento quando è seguito da stesso/i o medesimo/i. Ed ecco una prima eccezione alla regola.

Perché mai l’accento dovrebbe essere eliminato? E se leggessi se stessi, sarebbe il plurale di se stesso o la prima/seconda persona singolare del congiuntivo imperfetto del verbo stare?

Sé stesso errore

Proviamo a fare un po’ di chiarezza: la regola generale prevede che il perde il suo accento quando è seguito da stesso.
Ma se consideriamo il punto di vista della linguistica, non possiamo non condividere quanto espresso dal grande Luca Serianni. Nella sua “Grammatica italiana – Italiano comune e lingua letteraria” afferma che la norma ortografica per la quale il pronome dovrebbe perdere l’accento se seguito da stesso è un’inutile complicazione.

La regola del “ pronome riflessivo di terza persona si scrive , con l’accento” è buona perché è semplice e chiara. Lo stesso Vocabolario della lingua italiana Zingarelli registra la forma sé stesso, con accento acuto, come “preferibile” rispetto all’altra.
Ma a noi italiani piace complicarci la vita, introducendo un’eccezione all’eccezione.

Qual è, quindi, la forma corretta? La risposta è: entrambe
Secondo l’Accademia della Crusca “sebbene negli attuali testi di grammatica per le voci rafforzate se stesso, se stessa e se stessi non sia previsto l’uso dell’accento, è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza.”
Giusto o sbagliato

Non temere quell’accento
Chi ha avuto la fortuna di essere allievo di Serianni non ha certo paura a scrivere sé stesso con l’accento. E da oggi, neanche io.
Invito pure voi a non temere quell’accento e a farmi sapere come scriverete sé stesso a partire da oggi.

Non vedo l’ora di leggere le vostre risposte nei commenti all’articolo.
Nel frattempo, buona grammatica a tutti!

Per donare speranza a una persona cara

Capita a tutti di attraversare un periodo buio o, semplicemente, di avere qualche preoccupazione. In quei momenti basta un piccolo gesto per risollevarci il morale. Le parole sono uno strumento potentissimo: donano speranza e conforto a chi le legge e ci fanno sentire più vicini alle persone che amiamo.

La frase, tratta dal libro “Finché il caffè è caldo” viene pronunciata da Kazu, una ragazza con una grande forza d’animo. Un’artista che lavora nella caffetteria del cugino per mantenere i suoi studi alla scuola d’arte.

A chi è adatta questa dedica?
A chi non si arrende. A chi, anche nelle difficoltà, trova sempre la forza di andare avanti. A chi, mette sempre il cuore in tutto quello che fa.

Il colore azzurro è simbolo della comunicazione attraverso la creatività. Emblema della lealtà e dell’idealismo, trasmette senso di pacatezza e favorisce i rapporti di diplomazia.

Per chiedere scusa in modo originale

La forza dei legami è il tema trattato in quello che forse è uno dei passi più belli de Il Piccolo Principe.
Per costruire un legame vero e duraturo ci vogliono anni o, addirittura, una vita. Ci vuole pazienza, altro tema ricorrente in tutto il racconto.

Poi, a volte, basta una parola detta in un momento di rabbia, un gesto sbagliato per rovinare un legame. E l’orgoglio umano che alimenta il fuoco e lentamente la corda si spezza.

Ma non è mai troppo tardi per tornare indietro e chiedere scusa.

La frase che la volpe rivolge al Piccolo Principe per spiegargli come deve comportarsi per addomesticarla invita a fare quel passo, a chiedere scusa, ad amare e avere pazienza.

A chi è adatta questa dedica?
A un amico, una persona cara, un fratello, un amore che abbiamo fatto soffrire con un nostro comportamento o una parola detta in un momento sbagliato.

Il colore verde, noto come colore della speranza, simboleggia anche la perseveranza e la conoscenza superiore. La conoscenza di chi sa quando chiedere scusa.