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Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno

Nell’Italia di fine Ottocento, nelle case dei signori, gli abiti e i corredi venivano affidati alle mani esperte delle sarte, figure sempre meno presenti nella società odierna, rimpiazzate dalle boutique prêt-à-porter e dalle grandi catene di moda.

Tra queste vi era una sartina di umili origini, rimasta orfana di genitori e fratelli all’età di soli sette anni. L’unica sopravvissuta all’epidemia di colera che le aveva portato via l’intera famiglia, era la nonna, una sarta a giornata, conosciuta in paese, e che le insegnava a cucire. Nonna e nipote vivevano nel seminterrato di un palazzo signorile e riuscivano a vivere con i piccoli lavori di cucito che le signore commissionavano alla nonna, a volte in casa loro, dove ricevevano anche un pasto caldo, riuscendo a risparmiare qualcosa per i periodi più carenti.

La sartina prende in mano la sua vita quando, qualche anno dopo, muore anche la nonna e lei si ritrova a vivere da sola. Facendosi strada nel mondo del cucito, la sartina riesce a mettere da parte una scatolina di latta con alcuni risparmi e a concedersi qualche “lusso”: una serata a teatro, in loggione, e un abbonamento alla biblioteca. Senza mai dimenticare le sue origini, la sartina è molto determinata a imparare a leggere e scrivere. Non vuole sfigurare con le signore per le quali cuce e questa sua determinazione aumenta dopo l’incontro con Guido, signorino di casa Delsorbo, che va contro la sua famiglia pur di onorare l’amore per la sartina.

Bianca Pitzorno, attraverso la voce della protagonista, ci porta a conoscere diversi personaggi; ci mostra il lato ricco e, ancor più, quello povero, della società, di coloro che vivono nel sottano di un palazzo, umido e senza finestre. Come Zita, stiratrice, vicina di casa della sartina, alla quale la ragazza affida qualche lavoro con il solo scopo di aiutarla economicamente e che si prenderà cura della piccola Assuntina, figlia di Zita, quando quest’ultima viene ricoverata in ospedale e muore.

Un romanzo che ci insegna che non è tutto oro quello che luccica. Come gli abiti ostentati dalla moglie e dalle figlie dell’avaro avvocato Provera, di cui tutti credono nella loro provenienza dalle grandi boutique di Parigi, ma che sono le stesse donne, con l’aiuto di una cugina, a cucire in casa.

O come l’amore della marchesina Ester, a cui la sartina è molto legata, che abbandona il marito dopo averlo sentito scegliere, senza ombra di dubbio, di salvare la nascita del loro figlio (specie se maschio) anziché la vita della moglie, quando il medico sospettava che non ce l’avrebbero fatta entrambi.

Per non parlare della povera Miss Lily Rose, giornalista americana, criticata da tutti perché non sposata e per il lavoro che conduceva, trovata assassinata nel suo appartamento.

Una storia che ci insegna anche che libertà, lavoro e felicità sono per tutti, non solo per i ricchi.

Narrare della sartina di allora significa parlare alle donne di oggi e dei grandi sogni che per tutte dovrebbero diventare invece diritti

bianca pitzorno

Un omaggio, come la stessa Pitzorno racconta, a tutte quelle donne del terzo mondo per le quali cucire è una condanna.

Interessante anche il confronto della figura della sartina a giornata di allora con le grandi catene di vestiti a poco prezzo di oggi: qualità, conoscenza della provenienza dell’abito, e lusso; contro basso prezzo, sfruttamento sul lavoro e un capo accessibile a tutti.

Tanti spunti per approfondire il tema della fast fashion, non credete?

Classificazione: 5 su 5.
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Basta un caffè per essere felici di Toshikazu Kawaguchi

«La cosa più difficile nella vita è vivere senza mentire.»

FËdor dostoevskij

Lo diceva Dostoevskij e, con la stessa frase, inizia Basta un caffè per essere felici, il seguito di Finché il caffè è caldo.

Nel primo libro Toshikazu Kawaguchi ci ha trasportati nella caffetteria diventata famosa per i suoi viaggi nel tempo. Abbiamo incontrato chi ha viaggiato nel passato per incontrare la sorella morta in un incidente stradale; chi per incontrare il marito, malato di alzheimer, quando ancora riusciva a riconoscere la moglie; chi per chiedere al fidanzato perché l’avesse lasciata.

C’è stato anche chi ha deciso di viaggiare nel futuro, per quanto incerta fosse questa destinazione, per vedere la figlia, dopo aver perso la vita dandola alla luce.

Basta un caffè per essere felici vede nuovi protagonisti dei viaggi nel tempo, senza mai dimenticare i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nel primo racconto. Incontriamo nuovamente Nagare, proprietario della caffetteria, Kazu, cugina e (ancora per poco) la sola incaricata a versare il caffè che fa tornare indietro nel tempo, e la piccola Miki, figlia di Nagare, in trepida attesa di compiere i 7 anni di età per poter prendere il posto di Kazu nel versare il caffè.

È proprio una bugia il movente che spinge Gōtaro a tornare indietro nel tempo per incontrare l’amico Shuichi, morto insieme alla moglie in un incidente d’auto, per confessargli di aver cresciuto sua figlia senza mai dirle la verità e, cioè, che il vero padre era morto.

Poi c’è Yukio, che torna indietro nel tempo per incontrare la madre defunta. In questo caso, è proprio nel passato che l’uomo, ormai quarantenne, racconta una bugia alla madre per renderla fiera di lui.

E cosa dire del detective in pensione, tornato indietro di trent’anni per donare un regalo di compleanno alla moglie?

Davvero tanti i personaggi, le cui storie si intrecciano fino a formare un racconto sempre ricco di colpi di scena, nella sua semplicità.

Un finale inaspettato, poi, ci rivela l’identità della donna fantasma seduta sull’unica sedia della caffetteria che consente di viaggiare nel tempo, in abito bianco e intenta a leggere un romanzo, sempre presente in tutta la narrazione, in questo libro come nel primo.

Interessante anche la traduzione del romanzo, a cura di Claudia Marseguerra. Ho l’impressione che alcuni riferimenti agli oggetti e alla cultura giapponesi siano un’aggiunta della traduttrice, per far entrare il lettore italiano nel contesto. Faccio riferimento, ad esempio, alle pareti intonacate della caffetteria, di un tenue color beige simile al kinako, la farina di soia tostata.

E poi i temi trattati: dall’amore in tutte le sue forme, come scandito dai titoli dei capitoli (I due amici – Madre e figlio – Gli innamorati – Marito e moglie), alla morte, vista qui non come fine della vita, ma come inizio della stessa, perché così vuole chi ci lascia e, soprattutto, perché tutti meritiamo di essere felici.

Un racconto che mi ha fatto emozionare e che, dopo averlo concluso, mi ha lasciato una bellissima sensazione di serenità.

Classificazione: 5 su 5.

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Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen

La prima volta che ho letto questo romanzo è stata per un esame di letteratura inglese all’università.

Ricordo che già dall’incipit mi ero resa conto che mi sarebbe piaciuto e che non avrei mai più dimenticato quelle prime parole lette:

“È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo da quel momento legittimo appannaggio dell’una o dell’altra delle loro figlie.”

Si preannunciava una storia d’amore, appassionante, tra balli e corteggiamenti tipici dell’epoca, quando ancora si chiedeva la mano della futura moglie al padre.

In parte è così, ma un’attenta lettura rivela molto di più delle vicende amorose dei personaggi.

Orgoglio e Pregiudizio si apre con il racconto dell’arrivo di Mr Bingley, un facoltoso giovanotto del Nord Inghilterra nella prestigiosa residenza di Netherfield Park, la cui presenza aveva subito rallegrato l’umore di Mrs Bennet, pronta ad accasare una delle sue cinque figlie.

Ebbene, un matrimonio ci sarà, anzi, più di uno, per la gioia della signora Bennet e dei suoi “poveri nervi”.

Rispetto alla prima lettura, però, della quale ricordo l’ardore dei sentimenti di Mr Darcy per Elizabeth, la seconda delle cinque sorelle; della distanza che avevano creato tra di loro per colpa dei reciproci sentimenti di orgoglio, e dei pregiudizi che l’una aveva nei confronti dell’altro; questa volta il finale è passato in secondo piano rispetto a tutto il resto. Non tanto per la conclusione delle vicende che, comunque vedranno uniti i due protagonisti, ma per il modo in cui si è arrivati in fretta alla conclusione, quasi a voler sottolineare che non è il lieto fine della storia d’amore il vero fulcro del romanzo.

Ma, allora, cosa voleva comunicare l’autrice con questa opera?

Una critica ironica della società del suo tempo, dove le madri erano sempre impegnate a trovare marito alle proprie figlie perché un buon matrimonio era l’unico obiettivo della vita di una donna.

È da qui che proviene il detto “Auguri e figli maschi!” che si è soliti fare a una coppia di sposi!

Le descrizioni delle scene sono sempre molto minuziose e accurate, ti trasportano nei giardini, nelle serate danzanti e nelle dimore di lusso in cui si intrecciano le vite dei personaggi, tutti molto caratterizzati e diversi: Jane, la maggiore delle sorelle, è pacata e paziente, al contrario di Elizabeth, più orgogliosa e risoluta, pronta a dire sempre la sua. Lydia e Kitty, invece, rappresentano le classiche “civettuole” in cerca di un giovanotto affascinante, attratte più che altro dall’idea di un bel matrimonio; mentre Mary è la più studiosa e (forse per questo motivo) la meno citata all’interno di tutto il romanzo. Ricordiamoci che, all’epoca, le donne dovevano essere sì istruite, ma non così tanto da avere grilli per la testa!  

E che dire di Mr Bennet, il padre di famiglia, l’ironia e il sarcasmo in persona. Lui, insieme a Elizabeth sono i personaggi che ho amato di più.

In quest’ultima credo ci sia tanto dell’autrice, una figura che incarna la donna moderna, orgogliosa, indipendente, ma ancora troppo condizionata dalle convenzioni sociali.

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Bastava chiedere! di Emma

Una volta al mese mi reco in biblioteca alla ricerca di qualche nuovo libro da leggere o per recuperare le letture dedicate ai vari gdl che seguo su Instagram.

A marzo, insieme a Longbourn House (scoperto leggendo Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, ve ne parlerò presto), mi sono imbattuta in un libro dalla copertina rosa e dal titolo scritto a caratteri cubitali, “BASTAVA CHIEDERE!”, quasi a voler a tutti costi attrarre la mia attenzione.

Così, mi sono detta, perché no? Lo prendo e lo porto a casa, fiera del mio bottino mensile.

Dall’introduzione capisco già che sarebbe stata una letturapiacevole, ma soprattutto molto istruttiva e che, forse, mi avrebbe anche lasciato un po’ di amaro in bocca.

Michela Murgia, autrice dell’introduzione di Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano, scrive:

La questione dello squilibrio di carico mentale è ancora un fronte poco battuto nel dibattito mainstream sul dislivello di genere ed è anche uno dei più rischiosi, perché tocca direttamente la struttura dei rapporti personali.

Tutti sono d’accordo sul fatto che la differenza salariale tra i sessi sia inaccettabile in un Paese civile dove uomini e donne dovrebbero avere gli stessi diritti, ma pochissimi sono disposti ad ammettere che anche a parità di salario quello tra i sessi rimarrebbe un dislivello, perché allo stato attuale della consapevolezza sociale tutte le migliori energie degli uomini sono dedicate al loro lavoro e alle loro passioni, mentre quelle delle donne devono continuamente defluire verso l’organizzazione dell’accudimento degli affetti.

Se gli uomini nella vita vengono sospinti verso un PERCHÉ, alle donne si insegna ancora ad agire motivate da un PER CHI, senza il quale viene loro detto che le loro vite saranno incomplete […]

L’autrice Emma affronta il tema ancora molto attuale sulla disparità di genere. La differenza salariale tra uomini e donne è solo uno degli aspetti discussi, ma che mi sta particolarmente a cuore.

Sembra che le donne non possano avere un incarico importante perché soggette a isteria (interessante anche l’origine del termine “isterica”: coniato riferendosi all’utero delle donne. Avete mai sentito dire di un uomo che è isterico? Io mai!). Eppure credo che l’ultimo anno ci abbia dimostrato che di donne in grado di sostenere un incarico ad alti livelli ce ne siano, eccome.

Vi citavo Orgoglio e Pregiudizio all’inizio di questa recensione. Ebbene, per quanto i due libri siano stati scritti in due epoche completamente diverse e molto lontane tra loro, mi rammarico delle similitudini incontrate nella considerazione delle donne, il cui unico pensiero deve essere quello di badare agli altri.

E la propria realizzazione personale dove la mettiamo?

Lavoro, casa, figli, marito, pranzo e cena, incredibile il carico mentale che grava sulle donne, spesso senza neanche rendersene conto. Ciò che è più grave, però, è che questo carico mentale, non solo non viene riconosciuto né dentro né fuori le mura domestiche, ma il più delle volte si trasforma in manipolazione emotiva.

Forse non abbiamo uno stipendio adeguato perché non possiamo fermarci in ufficio oltre le 8 ore lavorative perché dobbiamo andare a casa a preparare la cena per i bambini, a stirare le camicie per il marito (che il mattino seguente deve salvare il mondo).

E forse è giusto che durante un colloquio di lavoro ci venga chiesto se abbiamo figli o, ancora peggio, se ne vogliamo avere.

Chiaramente niente di tutto ciò è normale e, anzi, sono convinta che un incaricato alla selezione del personale – specie se donna – dovrebbe avere quel pizzico di scaltrezza che lo porti a valutare le naturali doti di project management, mediazione, gestione del tempo, capacità di ascolto e team leader possedute da una donna che gestisce una famiglia.

Ecco, questo libro parla a tutte noi donne, ci sprona ad aprire gli occhi e ad arrabbiarci quando è giusto farlo. Ma soprattutto, questo libro parla agli uomini e lo fa in modo chiaro e semplice, utilizzando aneddoti di vita quotidiana in forma di fumetto. Non ci sono scuse per continuare a far finta di non capire!

Al prossimo compleanno dei vostri mariti / fidanzati, sapete cosa regalare. Saranno sconvolti dalla mole di cose e pensieri che ci portiamo dietro quotidianamente, senza lamentarci, a cominciare dai loro slip bucati.


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Happydemia di Giacomo Papi

“I baci furono vietati all’inizio della seconda epidemia”

Si conclude con questa frase il libro di Giacomo Papi che, con il suo umorismo tagliente, mi ha riportato indietro nell’Ottocento, quando la politica e i suoi personaggi venivano rappresentati in modo caricaturale sulle pagine dei giornali.

Sin dal titolo è possibile intravedere l’argomento della narrazione, l’attuale situazione pandemica che ha colpito il mondo ormai un anno fa. Eppure, l’aver associato un aggettivo positivo (l’inglese “happy” che in italiano significa “felice”, “contento”) all’immagine di uno sparabolle che troviamo in copertina, ci preannuncia l’ironia nel raccontare una situazione che ha ben poco di felice e ironico (ironia fa anche rima con pandemia. Sarà un caso?).

Copertina libro Happydemia di Giacomo Papi

Nella Milano alle prese con un’epidemia, che più tardi si trasformerà in pandemia, vivono Attilio e suo nipote Michele, appena ventenne, trasferitosi nella casa del nonno dopo la morte del padre e la ‘fuitina’ della madre con un rappresentante di Amuchina.

Attraverso i loro personaggi, l’autore ci mostra due modi diversi di reagire a un momento di crisi: da un lato, la preoccupazione di un anziano di ammalarsi e di non uscirne vivo, dall’altro, la preoccupazione di un giovane di non aver mai baciato una ragazza. Ora che i baci sono vietati, teme che non avrà mai più questa possibilità.

Uno sguardo ai ricordi del passato quello di Attilio, che prova a convincere il nipote a iscriversi all’Università, a lottare per il suo futuro come lui stesso aveva fatto da giovane. Interessante il rimando agli Aymara, popolo del lago Titicaca: se parlano del passato indicano davanti a sé, se parlano del futuro puntano il pollice dietro la schiena.

Uno sguardo smarrito, invece, quello di Michele, bloccato in un presente incerto, che non riesce a immaginare come sarà il suo futuro ed è ancora troppo giovane per avere ricordi del passato.

Nonostante il volere del nonno, Michele decide di non frequentare l’università e si lascia convincere dal suo migliore amico a cercare lavoro come rider presso Happydemia, la più grande azienda di psychodelivery del mondo. Questo lavoro costerà a Michele un incidente, la morte di un amico e un amore, perché nonostante la pandemia “[…] la vita non si ferma, si continua a respirare, a mangiare e a innamorarsi anche quando tutto sembra fermarsi e morire […]”.

Un invito a vedere le cose belle della vita anche quando sembra non ce ne siano più, un monito a prenderla con ironia questa vita, ché anche nei momenti più brutti il sole, poi, sorge sempre. 

Ed è proprio l’ironia, velata di sarcasmo, il filo conduttore di tutto il racconto: dalla presentazione dei personaggi politici di cui sono stati storpiati i nomi (il Previdente del Consiglio, il Sparlamento, il Ministro degli Affari Miei, il Ministro del Lavoro Guadagno Pago Pretendo); alla volontà di una multinazionale di voler controllare il sonno delle persone, consegnando psicofarmaci a domicilio; alle piccole frasi stampate sui bordi di alcune pagine del libro, “Sei già arrivato a pag. 12. Ti sei lavato le mani?” o “Non metterti le dita nel naso. Ti ho visto!” o ancora “Non c’è niente da ridere. Vai ad aprire la finestra. Fila!”. Per non parlare poi della questione dei congiunti, qui presentata come la questione dei congiunti disgiunti aggiunti.

Tutto è stato amplificato sotto una lente di ingrandimento che permette di cogliere il lato divertente di ogni situazione.

E poi c’è il personaggio di Pitamiz, a capo di Happydemia, una figura controversa che in qualche modo rappresenta la volontà di speculare anche sulla vita delle persone in un momento così delicato.

Infine, la descrizione di particolari che se un tempo passavano inosservati, ora non più: Michele nota che Miriam si mangia le unghie, cosa che nessuno fa più da quando è scoppiata la pandemia.

Una curiosità che l’autore svela nei ringraziamenti: la trama è ispirata al Pinocchio di Collodi. Mi sembrava di aver intravisto la figura di Geppetto nel nonno Attilio.

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Giornata nazionale dei dialetti

Il 17 gennaio di ogni anno si celebra la Giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali. Per quanto io sia sempre stata una grande sostenitrice delle varietà linguistiche (la laurea in Mediazione Linguistica non è una casualità), quando sono venuta a conoscenza di questa ricorrenza, ne sono rimasta un po’ sorpresa.

A scuola ci hanno sempre insegnato l’italiano – per così dire – ‘standard’ e, a chi provasse a parlare il dialetto, veniva subito scritta una bella nota sul diario, da riportare il giorno dopo firmata da un genitore che ne aveva preso visione. Nella mente di una ragazzina alle prese con le sue prime conoscenze, parlare in dialetto a scuola era quasi l’equivalente di una parolaccia.

Spinta dalla curiosità, quindi, mi sono persa nei meandri della storia dei dialetti. Ecco cosa ho scoperto su questa giornata.

Il dialetto è una lingua?

Prima di presentare le ragioni che hanno portato all’istituzione di una ricorrenza dedicata ai dialetti, ho voluto approfondire cosa si intende con il termine “dialetto”. E qui si apre il vaso di Pandora.

La parola dialetto ha ben tre definizioni:

  • secondo la linguistica, un dialetto è una varietà di una lingua
  • secondo il punto di vista genealogico, un dialetto è una lingua che si è evoluta da un’altra lingua
  • secondo la sociolinguistica, un dialetto è una lingua subordinata a un’altra lingua

E allora, il dialetto è o non è una lingua?
Se prendiamo come riferimento il punto di vista della linguistica, per capire se ci troviamo di fronte a un dialetto, inteso come varietà di una lingua – ricordo –

è sufficiente analizzare tre parametri nella conversazione tra due parlanti.

Il primo parametro è la comprensione reciproca, se i due parlanti si capiscono tra loro quando parlano, allora stanno utilizzando due dialetti diversi ma appartenenti alla stessa lingua.

Il secondo parametro da valutare è il lessico in comune. In questo caso, se più dell’80% delle parole utilizzate dai due parlanti sono in comune, anche se pronunciate in maniera differente, ci troviamo di fronte a due dialetti della stessa lingua.

Il terzo e ultimo parametro che ci porta a identificare il dialetto in senso linguistico, fa riferimento alle regole grammaticali. Se i due parlanti utilizzano le stesse regole grammaticali, possiamo affermare che stanno utilizzando due dialetti della stessa lingua.

Per comprendere meglio il punto di vista linguistico, il Comitato della Salvaguardia dei Patrimoni Linguistici ha fornito un’interessante analogia. Così come esistono diverse gradazioni dello stesso colore, anche i dialetti possono essere definiti come gradazioni diverse della stessa lingua.

Dopo aver analizzato i punti di vista delle diverse discipline, sono arrivata alla conclusione che proprio la definizione data dalla linguistica è quella oggi più utilizzata. Secondo la linguistica, quindi, un dialetto diventa lingua quando ha regole grammaticali proprie, un vocabolario di uso quotidiano tipico e non è facilmente comprensibile a chi non lo conosce.

Alla luce di questa definizione, non mi sembra che parlare il dialetto costituisca un reato. Anzi, contrariamente ai presagi che Pier Paolo Pasolini aveva immaginato negli anni Sessanta, i dialetti non solo non stanno scomparendo, ma vengono utilizzati dai giovani nel linguaggio moderno, l’italiano digitato. E, grazie ai social network, i dialetti si diffondono anche fuori dalle regioni di appartenenza.

I dialetti dell’italiano

In Italia, si sa, si parla l’italiano, eppure la stessa lingua assume varietà differenti (sia in termini di accento sia di parole diverse per indicare la stessa cosa) a seconda delle regione di provenienza del parlante. Si tratta dei dialetti dell’italiano. Linguistica docet.

Il dialetto campano è diverso da quello romano o da quello siciliano. Parlanti di regioni diverse che comunicano tra loro in italiano ‘standard’ avranno, comunque, delle differenze.

Durante gli anni, per motivi di studio e di lavoro, ho vissuto in posti diversi e, ahimè, lontani dalla mia amata Calabria. Appena arrivata a Torino mi è subito suonata strana l’espressione di uso comune “solo più” per indicare, in genere, l’ultima cosa che rimane da fare. “Devo solo più inviare una mail” era una delle frasi tipiche che ascoltavo nell’ambiente lavorativo. Si tratta di un regionalismo piemontese derivato dal dialetto. Quante volte, poi, ci troviamo a pronunciare una frase, un modo di dire, tipico del nostro dialetto e ad affermare che in italiano “non rende allo stesso modo”.

In Calabria, ad esempio, utilizziamo il termine “gingomma” per riferirci alla gomma da masticare, o chewing gum, per dirla all’inglese.

È evidente quindi che il dialetto non è e non può considerarsi una lingua morta, in quanto influenza quotidianamente il nostro modo di parlare l’italiano. 

In Emilia Romagna, regione che mi ospita attualmente, è stata addirittura varata una legge (LR16/2014) per la salvaguardia e la valorizzazione dei dialetti emiliano-romagnali e molti piccoli editori si sono impegnati nella pubblicazione di libri scritti nel dialetto del posto.

La Giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali vuole rappresentare un invito a ritrovare una connessione con le proprie tradizioni locali, che fanno sentire la persona al centro della comunità.

Per concludere, esattamente come utilizziamo parole dell’inglese nell’italiano comune, perché non dovremmo sentirci liberi di utilizzare allo stesso modo i nostri dialetti regionali?

Abbiamo a disposizione due lingue, l’italiano e il dialetto, possiamo usarle entrambe in maniera funzionale e consona al contesto in cui ci troviamo a operare. Il dialetto è una ricchezza culturale dell’umanità.

E a voi capita di utilizzare il dialetto della vostra regione di provenienza?

 

 

 

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Inconfutabili prove dell’esistenza di Babbo Natale

Due storie, due ambientazioni, un unico filo conduttore

In una gelida notte di un dicembre diverso dagli altri si incrociano le storie di due personaggi, le cui vite sembrano apparentemente distanti tra loro, sebbene accomunate da qualcosa (o qualcuno) che li legherà per sempre.

La storia è quasi completamente ambientata a Saint-Véran, piccolo villaggio delle Alpi francesi, dove vive in solitudine Christopher, psichiatra londinese di successo. La solitudine del dottore viene interrotta dall’arrivo di una visita inaspettata da Provins.

Johnny Morel, giornalista e padre disperato, bussa alla porta del medico in cerca di aiuto. Solo lui può salvare sua figlia, la piccola Anna, in coma dopo un brutto incidente.

Un passato ancora troppo attuale

La fama da ottimo psichiatra e l’aiuto di Maurice Girard, scienziato specializzato in neurologia all’Università di Parigi, consentono al dottor Christopher di realizzare un suo sogno: entrare nella mente delle persone in coma e aiutarle a risvegliarsi.

Nasce così la Fantasy Machine, un macchinario maledetto che porta alla rovina della vita dello psichiatra, la perdita di un ragazzo in coma e dell’amicizia di Michael.

Un passato con il quale Christopher tenterà di chiudere più volte, ma che quella notte di dicembre torna a bussare alla sua porta nelle sembianze di Johnny.

La magia del Natale

bambina_che_decora_albero_nataleSi sa, il Natale è magico e lo spirito natalizio cambia le carte in tavola. Johnny è ormai rassegnato all’idea che lo psichiatra non lo aiuterà a salvare sua figlia, ma qualcosa smuove l’animo apparentemente burbero di Christopher e insieme si dirigono verso la casa del giornalista dove ad attenderlo trovano la moglie Joséphine e la piccola Anna, distesa sul letto della sua cameretta.

Inizia qui il viaggio di Christopher nella mente della bambina, un viaggio tra passato e presente, tra speranza e rassegnazione.

L’autore, Alessandro Corea, ci porta a conoscere Anna attraverso le sue tre versioni: la bambina felice e amante del Natale, la parte cattiva (Nera) che non vuole tornare in vita perché teme di rimanere paralizzata, la coscienza di Anna presentata nelle vesti di gelataia – prima – e di albero – poi.

Una storia tra il reale e il fantastico che intreccia le vite di tutti i personaggi, portandoci a conoscerli uno a uno: da Anna, con tutte le sue personalità, a Joy, la pallina di Natale animata e che sarà di grande aiuto a Christopher per riportare in vita la bambina. Il ruolo centrale di quello che potrebbe essere un semplice addobbo per l’albero, emerge sin dalla copertina del libro.

Lo spirito natalizio pervade l’intero romanzo e ci porta “inconfutabili prove dell’esistenza di Babbo Natale”: «Il falegname di Saint-Véran, Il Babbo Natale dell’autogrill, l’idraulico di Provins. E molti, molti altri.»

L’insegnamento più importante

La Fantasy Machine del dottor Christopher altro non è che la metafora della forza di volontà insita in ciascuno di noi. Non è qualcosa di materiale che può salvarci la vita, ma siamo noi stessi. Solo se vogliamo le cose cambiano e i sogni si realizzano.

Un insegnamento, questo, trasmesso attraverso le parole che lo stesso Christopher rivolge ad Anna dopo il suo risveglio dal coma:

“Non c’è niente di facile. E neppure di già stabilito. La nostra storia siamo noi che la scriviamo, minuto dopo minuto.”

Un messaggio che emerge anche dalle parole dell’autore:

 

“Io ho un sogno e ho il dovere e la responsabilità di realizzarlo. Intendo seguirlo […]. Non penso e non mi interessa come ci arriverò, l’importante è realizzarlo.”

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Una violenza non è mai giustificata

La violenza sulle donne è un argomento caldo e che riguarda il vissuto quotidiano di molte. Il lockdown provocato dalla pandemia ha addirittura peggiorato questo fenomeno: molte donne sono rimaste isolate in casa con il proprio nemico. Perché chi ti fa del male non può esserti amico, compagno, amante. Qualunque sia il movente, nessuna tipologia di violenza può essere giustificata.

Oggi si celebra la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dall’ONU il 17 dicembre del 1999.

Vittime e colpevoli

Il 25 novembre di sessanta anni fa, nella Repubblica Dominicana, le tre sorelle Mirabal sono state vittime di torture. Massacrate e strangolate, sono state poi gettate in un burrone per simulare un incidente. Vittime di violenze brutali, colpevoli di essere rivoluzionarie.

scarpe rosse contro violenza sulle donne

Sì, perché oggi come allora, quando avvengono fatti di cronaca relativi a violenze subite dalle donne, si trovano delle “false scuse” quasi a voler incolpare la vittima stessa per il suo modo di vestire, per il suo modo di pensare o per il suo comportamento.

Ne è un esempio lampante Gessica Notaro, conosciuta come Miss Romagna 2007 e cantante, oggi madrina di questa giornata.
Sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, il suo ultimo album “Gracias a la vida” rappresenta un inno alla gioia di vivere e un monito a tutte le donne a volersi bene e ad amarsi.

Se nel 2020 in India ci sono ancora le “spose giovani”, se un uomo colpisce con l’acido la sua fidanzata perché lei sta pensando di lasciarlo, o se una ragazza viene stuprata perché indossa una minigonna, la colpa non è certo della donna.

Ma cosa significa essere donna nel 2020?

Ce lo spiega la famosa influencer Chiara Ferragni che, pochi giorni fa, ha pubblicato un video sul suo profilo Instagram dal titolo “Essere donna nel 2020”. Nel video, Chiara ha affrontato le forme moderne di violenza sulle donne e lo ha fatto con parole semplici e tenendo davanti a sé i suoi appunti per non dimenticare niente del discorso.
Ha sottolineato come oggi i media tendano a usare una comunicazione che ci porta automaticamente a “giustificare” la violenza subita da una donna perché lei era vestita in un determinato modo, perché tornava a casa da sola in piena notte o per chissà quale altro motivo.

No alla violenza sulle donne

Forse una volta non si conoscevano i fenomeni del Victim Blaming o dello Slut Shaming ma la sostanza è rimasta invariata. Leggendo la definizione di queste espressioni ci rendiamo immediatamente conto che, di fatto, gli ingredienti sono gli stessi, ma conditi in maniera diversa:

  • Il Victim Blaming indica il fenomeno per cui la donna che subisce una violenza viene a sua volta colpevolizzata
  • Lo Slut Shaming significa far sentire una donna colpevole o inferiore per i propri comportamenti o desideri sessuali che si ritengono essere contrastanti con l’ideale femminile

Il video di Chiara si conclude con un invito a noi donne, in particolare: noi dobbiamo essere le prime a non giudicarci, a non colpevolizzarci e a sostenerci a vicenda per riuscire a farci rispettare in una società che ha ancora tanto di patriarcale.

Donne in smoking!

Mi piace definirle così quelle donne con la D maiuscola che, qualunque sia l’ambito professionale in cui si trovano a operare, combattono tutti i giorni per farsi rispettare.

donne in smoking

La donna in smoking per eccellenza è, senza dubbio, Patricia Giggans, nota come Patti Giggans, fondatrice del movimento Denim Day.
Il Denim Day fu istituito nel 1998, quando la Corte di Cassazione annullò la condanna di stupro nei confronti di un uomo di 45 anni perché la vittima, una ragazza di soli 18 anni, indossava jeans troppo attillati. Secondo la sentenza, l’uomo non avrebbe potuto sfilarli senza il consenso della vittima stessa.

Patti e le sue compagne, indignate da questa decisione, indossarono jeans attillati per far passare il messaggio che nessun abbigliamento giustifica lo stupro.   

Donna in smoking è la linguista Vera Gheno, che si batte per la diffusione dei nomi professionali femminili. Del resto, l’italiano è una lingua che prevede sia il genere maschile che il femminile per persone e animali.
Quindi, se esiste ingegnere, perché non dovrebbe esistere ingegnera?

Altra donna che indossa lo smoking – metaforicamente parlando – è Maria Beatrice Giovannardi, la manager italiana da anni attiva nelle battaglie per i diritti delle donne, che è riuscita a far cambiare la definizione di “donna” sull’Oxford Dictionary.
Prima della revisione, woman (termine inglese per indicare la donna) era quella che faceva le faccende domestiche, ora è la persona che può comprare una casa e mandare i figli al college.

Voglio concludere con una frase attribuita a Shakespeare, ma che proviene dal Talmud, la guida della vita ebraica:

La donna è uscita dalla costola dell’uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa perché dovesse essere superiore,
ma dal fianco per essere uguale…
Un pò più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata.

William shakespeare


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Il giardino delle vespe

Un rifugio causa di gioia e di dolore

Nelle giornate devastate dalla guerra civile, in Siria vivono tre bambini molto amici tra loro: Khaled, Joussef e Ameena. Joussef, insieme al fratello minore Khaled, trovano un giardino abbandonato e decidono di trasformarlo nel loro rifugio. Un riparo dai bombardamenti di quella guerra che stava dilaniando il Paese.

Ma, prima di appropriarsi di quel rifugio, c’era un nemico da distruggere: un nido di vespe che aveva fatto della piccola Ameena la sua prima vittima.
Khaled convince il fratello a tornare in quel posto il giorno successivo all’alba, per sorprendere il nemico nel sonno. Il suo obiettivo era bruciare il nido di vespe senza essere attaccati, così come era già successo ad Ameena.

Il nemico nascosto

Il nido di vespe non era l’unico nemico contro cui combattere.
Il mattino seguente all’alba, come stabilito, Khaled e Joussef si recano al giardino che ben presto sarebbe diventato il loro rifugio segreto. Ameena non era stata invitata a compiere questa impresa. In quanto femmina, sarebbe stato molto pericoloso per lei.
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La lotta contro i pregiudizi

Ameena, che in un primo momento aveva accettato di rimanere a casa, nell’attesa che gli amici distruggessero il nido di vespe, aveva trascorso tutta la notte a riflettere. Il mattino seguente decise che no, lei non poteva starsene a casa ad aspettare, solo perché era una femmina. Si vestì di tutta fretta per raggiungere gli amici al giardino delle vespe.

Una mina antiuomo, rimasta inesplosa fino ad allora, scoppiò proprio nel momento in cui Ameena stava passando di là.

L’inizio della storia

E qui che inizia la vera trama del romanzo, dove Ameena diventa la protagonista di un lungo viaggio. Dopo aver perso una gamba a causa di una mina antiuomo rimasta inesplosa, la bambina insieme ai suoi genitori migrano in Italia. Ameena non riuscirà mai a integrarsi nel nuovo Paese. Decide così di tornare in Siria, ma il tragitto sarà lungo e ricco di incontri. Uno in particolare, quello con la giovane gitana Kasja e la sua famiglia di circensi, cambierà per sempre i destini dei protagonisti.

Una storia di guerra, coraggio, determinazione ed empatia

L’empatia è il tema intrinseco del romanzo. L’autrice, con questa storia, ha voluto sottolineare che l’unica via che abbiamo per provare a migliorare noi stessi e la società in cui viviamo è l’empatia, il sentimento che ci porta a cercare di comprendere gli altri. Il giardino delle vespe è un invito ad accettare gli altri, anche se appartengono a religioni, culture o addirittura a specie diverse e anche se hanno stili di vita opposti ai nostri perché solo con la comprensione si può costruire qualcosa, superando i pregiudizi.

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E poi il coraggio, rappresentato dalla figura di Ameena che, con i suoi 6 anni, è già decisa e determinata a far valere anche il suo punto di vista.

La solidarietà, impersonata dalla vecchia signora che supera la fatica degli anni per soccorrere la bambina rimasta vittima della mina antiuomo; e dalla mamma di Khaled e Joussef che si prende cura della piccola Ameena come fosse sua figlia, quando i genitori sono via per lavoro.

Non da ultimo, il tema dell’immigrazione, sempre attuale.

Angela Ticca è una scrittrice emergente che con la sua sensibilità è riuscita a trattare temi importanti in un romanzo che, già dal primo capitolo, mi ha rapita.
Non vedo l’ora di leggere l’intero libro appena sarà pubblicato.


Il pensiero disertore

Nella città Serenissima, senza serenità

Nella città Serenissima per antonomasia si intrecciano le vicende di due ragazzi diciottenni, al primo anno di università. Molto diversi tra loro, ma accomunati da quel tormento dell’anima tipico della loro età che non gli permette di vivere sereni. Un tormento dato dalla costante ricerca di sé e dal timore del passaggio alla vita adulta.

Il districarsi dei pensieri tra le calli

Daniele e François hanno un trascorso di vita diverso.

Daniele è un ragazzo cupo e sensibile, che sente il bisogno di isolarsi dagli altri e pensare. Tormentato per tutta la vita dal pensiero del padre, un insegnante andato via di casa per una cattedra assegnata in un’altra città quando lui era ancora molto piccolo, e mai più rivisto.

François è cresciuto in una famiglia per bene, che non gli ha mai fatto mancare nulla. Si scoprirà essere molto insicuro e bisognoso di compagnia quando si ritroverà a vivere da solo, per la prima volta, a Venezia.

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I due ragazzi non si conoscono, ma le loro vite si incroceranno per un istante, una sera, in un locale; dove Daniele leggerà un discorso che, in qualche modo, influenzerà la vita di François.

Uno storytelling circolare che inizia con la presentazione di un personaggio, diverso dai protagonisti, che ritroveremo alla fine e che si scoprirà essere legato a uno di loro.

 

 

L’ipnotizzante cura dei dettagli

La narrazione delle vicende di Daniele e François si sviluppa tra le strade di Venezia come se fosse un tour turistico della città: la descrizione dettagliata delle calli, dell’arancio delle sette di sera che poggia sulla superficie dei canali, dei turisti sui vaporetti le cui dita distese sull’acqua sembrano gocce di rugiada in volo.

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Il tutto viene raccontato con un ritmo incalzante a tal punto da rimanere ipnotizzati dalla storia.
Cura dei dettagli, quindi, che si intreccia con la cultura. L’autore, attraverso la voce dei personaggi che incontriamo durante tutta la narrazione, ci porta in Francia, parlandoci di Émile Zola, dell’ancien régime, del Romanticismo, de “I Miserabili” di Hugo. Un assaggio di Giappone e della Russia di Fëdor Dostoevskij, attraverso uno dei suoi personaggi più celebri –  Ivan Karamazov – per poi tornare in Italia, con Italo Calvino e le sue “Lezioni Americane”.

L’intero romanzo si presenta, inoltre, come un dizionario della lingua di Venezia: le calli, le bricole, il sotopòrtego sono solo alcuni dei termini che leggiamo.

Quando si dice che la narrazione facilita il sapere!

Un invito a difendere il nostro pensiero disertore

Gabriele Ovi, con questo romanzo, ci invita a difendere il nostro pensiero disertore. Tutti ne abbiamo uno, nonostante ci sforziamo di mascherarlo per sentirci accettati e accolti dalla società. Ma il pensiero non è forse ciò che ci rende uomini?
E lo fa attraverso una storia dentro la storia. L’invito arriva direttamente dalle parole di Daniele, durante la sua lettura al locale, attraverso il racconto de “Lo squalificato” del giapponese Dazai Osamu.

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E forse la causa del tormento dei protagonisti del romanzo risiede proprio “nell’abbandono di un tratto fondamentale appartenente alla nostra essenza: la possibilità di sviluppare e formulare il pensiero disertore. Si sono inibite le ali della fantasia, si è perso il coraggio di plasmare la realtà mediante le proprie riflessioni”.

Così piccoli da occupare un grande spazio

“I bambini sono come i marinai: dovunque si posano i loro occhi, è l’immenso.”

Christian bobin

Chi non ha mai avuto paura di prendere in braccio un bambino piccolo, specie se appena nato, per timore di fargli del male?

È questo il primo pensiero che ci passa per la testa quando vediamo un neonato, oltre a provare quel senso di tenerezza misto a stupore, naturalmente provocato dal miracolo della nascita.

Eppure, quei piccoli esseri umani hanno esattamente gli stessi diritti di un uomo adulto e, oggi, Giornata universale del bambino, li ricordiamo.

20 novembre o 1° giugno? La data è solo una convenzione

La Giornata universale del bambino nasce per sottolineare l’importanza della tutela dei bambini e sancisce il diritto alla vita, alla sopravvivenza, alla salute, all’istruzione, al gioco, alla famiglia, alla non discriminazione, all’ascolto della propria opinione; a volte ci dimentichiamo che anche loro sono esseri pensanti (e in alcuni casi, meglio di noi adulti).

L’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha realizzato uno spot video in cui i diritti dell’infanzia vengono spiegati con parole semplici.

Soprattutto, questa giornata sancisce il diritto dei bambini e degli adolescenti alla protezione dalla violenza, dagli abusi e dallo sfruttamento.

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Episodi di violenza sui bambini sono, ancora oggi, molto presenti nella cronaca, italiana e non: abusi, abbandono, sfruttamenti, matrimoni precoci. Sempre più spesso si ascoltano episodi legati alle cosiddette “spose giovani”, bambine costrette dalla famiglia a sposare uomini molto più grandi e, ciò che provoca ancora più ribrezzo, per ragioni che ruotano attorno al dio denaro.

Ma quali sono le origini di questa giornata?
C’è chi fa risalire questa occorrenza alla data del 1° giugno, stesso giorno in cui nel 1925, a Ginevra (in Svizzera) si svolgeva la Conferenza mondiale sul benessere dei bambini.

C’è chi, invece, fa coincidere questa giornata con l’adozione della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, avvenuta proprio il 20 novembre del 1989. Esattamente 31 anni fa.

In Italia questa giornata, anche conosciuta come Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, è stata ratificata il 29 maggio 1991.

Nel calderone delle date, ciò che conta è il messaggio di questo giorno: far luce sulle tante violenze che l’infanzia subisce.

L’importanza del gioco

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Tra i diritti del bambino figura il diritto al gioco. Proprio in questi giorni, Mediaset ha lanciato la campagna sociale “Giocare è una cosa seria”. A partire dal 2 novembre, infatti, va in onda uno spot che vede come protagonisti tre fratellini che giocano nel lettone con pupazzetti e peluche.

La bambina interpreta l’esploratore che sta per raggiungere la cima della montagna, ma viene ostacolato dal mostro, interpretato dal fratello. Ecco che arriva in soccorso il mago (il terzo fratellino), che trasforma il mostro cattivo in un mostro buono. La favola termina con l’arrivo della “fata del solletico” che fa ridere tutti.

Un messaggio rivolto ai genitori

La figura della mamma, nelle vesti della “fata del solletico”, rappresenta un invito che Mediaset vuole rivolgere ai genitori. Il messaggio che si vuole trasmettere è quello di giocare di più con i propri figli e di privilegiare il gioco fisico a quello digitale, mettendo da parte videogiochi, smartphone e tablet.

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Il gioco, così come la lettura, aiutano il bambino a sviluppare la creatività e l’immaginazione. La lettura, in particolare, ha diversi benefici:

  • la favola della buonanotte aiuta il bambino a rilassarsi e ad accompagnare il sonno
  • permette di instaurare un rapporto intimo con il genitore
  • favorisce lo sviluppo delle attività pre-linguistiche
  • aiuta a comprendere le emozioni

In tutte le fiabe ci sono i ruoli canonici del cattivo e del buono, dell’eroe che salva i deboli dai pericoli.
Nel 2018, il gruppo editoriale Hachette ha lanciato la collana di libri illustrati “Un mondo di emozioni”.

Costituita da 60 numeri, ogni uscita raccontava una storia che aveva l’obiettivo di spiegare un’emozione.

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Dalla paura, raccontata attraverso la favola di Mattia e la sua coperta che abbraccia; 

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alla rabbia di Alice, spazzata via dal barattolo della calma che le ha regalato la sua mamma.  

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E poi, ancora, l’allegria, descritta dalla pioggia di risate di Martina e Leo. 

Quale miglior modo di festeggiare questa giornata se non quello di leggere una bella fiaba ai vostri bimbi?