Il sogno della macchina da cucire di Bianca Pitzorno

Nell’Italia di fine Ottocento, nelle case dei signori, gli abiti e i corredi venivano affidati alle mani esperte delle sarte, figure sempre meno presenti nella società odierna, rimpiazzate dalle boutique prêt-à-porter e dalle grandi catene di moda.

Tra queste vi era una sartina di umili origini, rimasta orfana di genitori e fratelli all’età di soli sette anni. L’unica sopravvissuta all’epidemia di colera che le aveva portato via l’intera famiglia, era la nonna, una sarta a giornata, conosciuta in paese, e che le insegnava a cucire. Nonna e nipote vivevano nel seminterrato di un palazzo signorile e riuscivano a vivere con i piccoli lavori di cucito che le signore commissionavano alla nonna, a volte in casa loro, dove ricevevano anche un pasto caldo, riuscendo a risparmiare qualcosa per i periodi più carenti.

La sartina prende in mano la sua vita quando, qualche anno dopo, muore anche la nonna e lei si ritrova a vivere da sola. Facendosi strada nel mondo del cucito, la sartina riesce a mettere da parte una scatolina di latta con alcuni risparmi e a concedersi qualche “lusso”: una serata a teatro, in loggione, e un abbonamento alla biblioteca. Senza mai dimenticare le sue origini, la sartina è molto determinata a imparare a leggere e scrivere. Non vuole sfigurare con le signore per le quali cuce e questa sua determinazione aumenta dopo l’incontro con Guido, signorino di casa Delsorbo, che va contro la sua famiglia pur di onorare l’amore per la sartina.

Bianca Pitzorno, attraverso la voce della protagonista, ci porta a conoscere diversi personaggi; ci mostra il lato ricco e, ancor più, quello povero, della società, di coloro che vivono nel sottano di un palazzo, umido e senza finestre. Come Zita, stiratrice, vicina di casa della sartina, alla quale la ragazza affida qualche lavoro con il solo scopo di aiutarla economicamente e che si prenderà cura della piccola Assuntina, figlia di Zita, quando quest’ultima viene ricoverata in ospedale e muore.

Un romanzo che ci insegna che non è tutto oro quello che luccica. Come gli abiti ostentati dalla moglie e dalle figlie dell’avaro avvocato Provera, di cui tutti credono nella loro provenienza dalle grandi boutique di Parigi, ma che sono le stesse donne, con l’aiuto di una cugina, a cucire in casa.

O come l’amore della marchesina Ester, a cui la sartina è molto legata, che abbandona il marito dopo averlo sentito scegliere, senza ombra di dubbio, di salvare la nascita del loro figlio (specie se maschio) anziché la vita della moglie, quando il medico sospettava che non ce l’avrebbero fatta entrambi.

Per non parlare della povera Miss Lily Rose, giornalista americana, criticata da tutti perché non sposata e per il lavoro che conduceva, trovata assassinata nel suo appartamento.

Una storia che ci insegna anche che libertà, lavoro e felicità sono per tutti, non solo per i ricchi.

Narrare della sartina di allora significa parlare alle donne di oggi e dei grandi sogni che per tutte dovrebbero diventare invece diritti

bianca pitzorno

Un omaggio, come la stessa Pitzorno racconta, a tutte quelle donne del terzo mondo per le quali cucire è una condanna.

Interessante anche il confronto della figura della sartina a giornata di allora con le grandi catene di vestiti a poco prezzo di oggi: qualità, conoscenza della provenienza dell’abito, e lusso; contro basso prezzo, sfruttamento sul lavoro e un capo accessibile a tutti.

Tanti spunti per approfondire il tema della fast fashion, non credete?

Classificazione: 5 su 5.

Pubblicato da Simona Fortuna

Professionista nel settore del Marketing Digitale, da sempre amante della lettura e della scrittura. La mia 'Fortuna'? La mia curiosità! La passione per le culture straniere mi ha portato a laurearmi in lingue e a combinare le mie conoscenze al più che mai attuale mondo del digitale. Qualcuno mi definisce Fashion addicted, a me piace semplicemente presentarmi al meglio.

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